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Guida allo Studio

UniNews

“La mente? Deve poter spaziare”

Nonostante si trovi ormai completamente a suo agio Danimarca, dove si è trasferita dopo la laurea in Economia, Nausica Triolo considera ancora Bolzano la sua seconda casa.

Quella vissuta durante la carriera universitaria a Bolzano è stata la tua prima esperienza lontana da casa? Come l’hai vissuta?
Nausica Triolo: Sì e ha compreso tutte le emozioni contrastanti che uno studente prova, quando va a vivere da solo. Ci sono stati momenti difficili, soprattutto perché  ho dovuto studiare in altre lingue. Ricordo ancora la mia prima lezione di Accounting da cui, dopo due ore, uscii frastornata capendo forse solo il 20% di ciò che era stato detto. Ricordo la nostalgia di casa e le domande sul perché della mia scelta... spesso mi chiedevo se non sarebbe stato più facile fare l’università a Bergamo, stare vicino agli amici e agli affetti di una vita. In tutti quei momenti ho però sempre trovato un sorriso e l’abbraccio di quelle persone che come me, un po’ spaventate e un po’ in fibrillazione, sentivano di essere sulla strada giusta. 

Come ricordi Bolzano oggi, a distanza di anni?
Passati i primi mesi, una volta prese le misure con la città, gli studi e i primi esami, misi da parte tutti i dubbi. Bolzano è stata per me un’esperienza fondamentale ed è tuttora la mia seconda casa. Ho stretto amicizie profonde con tante persone del posto, con persone di Trento e anche con tante di madrelingua tedesca. Tutte le volte che torno in Italia faccio una scappata per incontrarvi di nuovo gli amici che continuano a viverci, camminare tra le vie della città, e godere i panorami incantevoli che l’Alto Adige offre. Se un giorno dovessi tornare a vivere in Italia, Bolzano sarebbe una delle mie prime scelte. 

Quali corsi ti sono piaciuti di più? 
Gli insegnamenti che mi sono piaciuti di più sono probabilmente quelli che trovai personalmente intellettualmente più stimolanti. Sicuramente ricordo sempre con un sorriso Accounting, perché per me ha simbolizzato la differenza tra il conoscere una lingua e studiare in quella lingua. Sì, l’inglese lo parlavo abbastanza bene, conoscevo le regole grammaticali ecc. Però, un conto È  studiare e metabolizzare concetti in una lingua che non è la tua, richiede un “click” mentale che io ancora non avevo avuto la possibilità di fare. Unaltro insegnamento che mi piacque molto è un materia opzionale che scelsi al secondo anno: “Introduzione alla Filosofia”. Dal docente alla materia stessa, è probabilmente uno dei corsi che più mi porto nel cuore. Forse perché la disciplina in sé era molto diversa da tutte le altre che ero solita frequentare. Forse perché in quelle due ore alla settimana ricordo di aver avuto la possibilità di spaziare con la mente grazie a domande e riflessioni che non avevano modo avvenivano durante le altre lezioni. In ogni caso, tutti i corsi seguiti all’unibz mi sono piaciuti e mi hanno lasciato un insegnamento. Magari non tutti sono stati utili a livello professionale ma sul piano personale, senza dubbi. 

Dove hai trascorso il tuo periodo di Erasmus e come l’hai vissuto? 
Ho studiato all’università di Las Palmas de Gran Canaria (ULPGC) ed è stato uno dei periodi più belli del mio percorso accademico, forse anche della mia vita. Uno potrebbe pensare che alla fine, trasferirsi in un’altra città per studiare è un po’ come fare l’Erasmus. Ma c’è invece una differenza abissale. Prima di tutto sono stata catapultata in un ambiente nuovo, ho dovuto imparare una nuova lingua - per quanto lo spagnolo sia simile all’italiano - e questo mi ha permesso di entrare in contatto con una nuova cultura, nuove tradizioni, ma soprattutto nuovi modi di vedere il mondo. A Las Palmas poi, la gente del posto ti accoglie a braccia aperte. Mi sono sempre sentita come a casa. Un’altra grande differenza tra l’Erasmus e studiare fuori casa è la velocità con la quale nascono nuove amicizie e si sviluppano i rapporti interpersonali: in Erasmus tutto è accelerato ed amplificato, le amicizie si evolvono in pochissimo tempo e quelle persone che fino a pochi giorni prima erano “estranei”, diventano improvvisamente parte della tua famiglia e punti di riferimento imprescindibili. Amicizie talmente vere e profonde che ce le si porta dietro negli anni perché si hanno condiviso pazzie, pianti, risate, serate, nottate a studiare, e momenti che ci legheranno per sempre. La Spagna, inoltre, con il Cammino di Santiago, mi ha cambiato la vita.

Come? 
Una volta finito l’Erasmus, tornai a Bolzano per sostenere gli ultimi due esami e laurearmi. In quel periodo mi sentivo sopraffatta dagli interrogativi sul mio futuro e vedevo un bivio davanti a me. Avrei dovuto tornare a casa e provare a costruire un futuro lì, tra gli affetti più cari e gli amici di sempre, oppure continuare a viaggiare per il mondo? In entrambi i casi, penso, si perde e si guadagna molto. Quando decisi di partire per il Cammino di Santiago ero alla ricerca di queste e tante altre risposte. Partii con un cellulare senza internet, senza social media, con un nuovo numero che aveva solo la mia famiglia così da poter essere contattata solo da loro. Volevo staccare da tutto e da tutti. Avevo proprio l’esigenza di cancellare un po’ il “rumore” e capire cosa volevo fare. 

Quale lezione hai imparato da quella esperienza?
La cosa curiosa è che, nonostante abbia camminato dalla Francia fino alla “fine del mondo” (Finisterre), nonostante mi sia isolata da quello che era il mio mondo prima del cammino, non riuscii a trovare le risposte che cercavo. Inizialmente ero molto delusa e pensai di dover ripercorrere il cammino al contrario; poi decisi invece di fermarmi qualche settimana a Finisterre. Ed è lì forse, ad un passo dal rientro, che il Cammino ha cambiato un po’ tutto: si è trasformato nella metafora di quel percorso che è la vita, insegnandomi che certe volte le risposte non arrivano quando le esigiamo, certe volte arrivano dopo anni e certe volte non arrivano mai. L’importante però è continuare ad andare avanti. L’importante è continuare a camminare…. Ogni strada, anche quelle che magari ci sembrano o risultano poi sbagliate, ci portano sempre qualcosa di buono. L’importante è accogliere quello che il cammino ci offre ed essere gli autori del proprio destino, fare delle scelte e poi continuare, un passo dietro l’altro, consapevoli del fatto che sulla strada incontreremo sempre persone “(stra)ordinarie”, come lo è ognuno di noi. 

Dopo Bolzano hai frequentato un Master molto particolare – “Antropologia del Mercato” – quali materie vi si studiano? 
Nel master ci siamo proposti di studiare il mercato ed il consumo attraverso teorie e metodi antropologici. Avere un approccio alla ricerca di tipo qualitativo significa, anzitutto, studiare e analizzare un campione di dati più ristretto rispetto a dati di tipo quantitativo, ma anche andare a scavare in maniera molto più approfondita sulle origini di determinati comportamenti o scelte all’interno del mercato. Questo è possibile proprio grazie alla prospettiva etnografica che si prepone di osservare i “consumatori” nel loro contesto naturale. In questo corso di laurea non ci siamo limitati ad analizzare le risposte fornite da interviste o questionari, ma abbiamo seguito le persone nei supermercati, abbiamo fatto la spesa con loro, abbiamo percorso insieme la strada che fanno tutti i giorni per andare al lavoro, siamo stati nelle loro case.

Come risalite dai comportamenti individuali al mercato? 
Grazie al metodo etnografico siamo in grado di scoprire e spiegare la complessità di quei fenomeni sui quali spesso ci interroghiamo poco perché ritenuti “normali” o “comuni”. Per poi capire che “normale” o “comune” non sono altro che categorie prettamente culturali e, dunque, sempre in cambiamento. Molte aziende ora stanno assumendo antropologi per cercare di capire in maniera approfondita quali sono le difficoltà quotidiane, le forze motrici e le ideologie che ci spingono a fare determinate scelte all’interno del mercato, così da poter offrire un migliore servizio o prodotto. 

Per quale impresa lavori ora e in che ruolo? 
Attualmente sono disoccupata da circa un mese. Prima lavoravo come User Experience Researcher per una start up fondata da due veterani della “Lego”. In questo viaggio molto stimolante abbiamo cercato di sviluppare un software basato su alcune tecniche particolari per aiutare gli studenti di medicina con la memorizzazione. Purtroppo però, a causa di una cattiva gestione dei fondi ricevuti nel primo round di investimenti, la start up è fallita. Fortunatamente, in Danimarca lo Stato aiuta i cittadini e li supporta sia economicamente che emotivamente nella ricerca di un nuovo lavoro. In questo intervallo di tempo, prima di intraprendere una nuova avventura lavorativa, ho deciso di dedicarmi a tempo pieno all’apprendimento della lingua danese visto che lo Stato offre dei corsi di lingua intensivi e gratuiti per tutti gli stranieri che vivono in Danimarca da meno di cinque anni. 

Non sarebbe stato più facile lavorare per una grande azienda anziché per una start up? 
Avrei potuto certamente trovare lavoro in una grande azienda; d’altronde il mondo delle start-up offre una responsabilizzazione ed un apprendimento a 360°. Un’azienda grande mi avrebbe sicuramente offerto stabilità a livello professionale ed economico, tuttavia non mi avrebbe probabilmente permesso di conoscere tutte le sfaccettature ed il lavoro nei vari tipi di dipartimenti come mi è stato permesso nella start-up in cui lavoravo. Adesso sto cercando lavoro in aziende di maggiori dimensioni semplicemente perché ho voglia di crescere, di imparare e specializzarmi nella mia professione sotto la guida di qualcuno più esperto di me. Però un domani - chi lo sa? – potrei tornare nel mondo delle start up, molto adrenalinico e dinamico. Mi piacerebbe farlo con un bagaglio professionale importante alle spalle. 

Qual è l’aspetto che maggiormente ti piace della tua vita danese? 
Mi piace lo stile di vita rilassato ed internazionale che conduco. Apprezzo che il mio unico mezzo di trasporto sia la bicicletta e adoro il fatto che ci sia molta attenzione al benessere dell’individuo. Nonostante il lavoro, c’è sempre tempo da poter dedicare a sé stessi, ai propri hobby ed interessi, alla propria famiglia e ai propri affetti. Lo stress è veramente ridotto al minimo. Mi piace poi anche il fatto di avere amici che ormai fanno parte della mia famiglia allargata e che vengono da diverse parti del mondo.

Ti manca l’Italia qualche volta, anche solo per gli amici e il bel tempo? 
L’Italia manca sempre. Soprattutto la famiglia, gli affetti più cari e gli amici e le amiche di casa. Penso che questo sia un lato della medaglia della quale gli “expat” parlano sempre un po’ poco. Vivere in un paese straniero sicuramente dà tanto a livello professionale e personale, si cresce tanto, si impara a contare sulle proprie forze, apre la mente e tanto altro ancora. Tuttavia, è una scelta che tanto dà, quanto toglie. Chiaramente vorrei sempre avere più tempo da passare con la mia famiglia, con i miei fratelli, il mio nipotino, e i miei amici e amiche di casa. Mi manca tanto la natura, mi manca svegliarmi mattina e vedere le alpi orobiche, mi manca andare a fare passeggiate in montagna con il mio cane. Tutti i posti hanno pro e contro: l’Italia e la Danimarca non sono da meno. Adesso io e il mio compagno ci troviamo bene qui ma continuiamo ad andare avanti, passo dopo passo. Vedremo dove ci porterà questa strada!

(vic)